Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace.
FESTA DI SANT’ANTONIO ABATE
Titolare dell’Oratorio in Sarzano
LITURGIA DELLA PAROLA
PRIMA LETTURA
Il brano ci presenta la chiamata di Samuele.
Queste sono le caratteristiche della chiamata:
avviene presso l’arca dell’alleanza nel tempio,
Dio non si vede, si ode soltanto la sua voce
La chiamata avviene in modo progressivo
Samuele è aiutato dal sacerdote Eli a rispondere a Dio che lo chiama
Dal primo libro di Samuèle
In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio.
Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire.
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.
Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto.
Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».
Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Salmo Responsoriale
Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.
SECONDA LETTURA
L’argomento della lettura è la sacralità del corpo.
Il corpo risorgerà, è membro di Cristo ed è tempio dello Spirito Santo.
La sacralità del corpo impone il rispetto del proprio e di quello altrui.
Impurità è usare il proprio e l’altrui corpo non rispettando le leggi naturali e per il proprio tornaconto egoistico.
Purezza non è solo l’aspetto sessuale ma anche la bellezza, la salute, la gioia.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signo¬re, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impu¬rità, pecca contro il proprio corpo.
Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!
VANGELO
Con Gesù la vocazione si concretizza nel seguire una persona ben precisa: Gesù stesso.
Le caratteristiche della chiamata di Gesù:
c’è l’indicazione di Giovani Battista
i discepoli intessono un dialogo con Gesù e stanno con Lui,
la loro esperienza si trasmette per mezzo del “passa parola”.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbi – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui: erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.
OMELIA
Terminato il tempo liturgico del Natale con la domenica del battesimo del Signore, inizia il primo periodo di tempo ordinario che dura fino all’inizio della Quaresima il Mercoledì delle Ceneri ( 17 Febbraio 2021).
In questo tempo la preghiera della Chiesa (liturgia) ci guida ad incontrare Gesù e a conoscerlo sempre meglio per essere suoi discepoli nel tempo e nel mondo di oggi.
La Parola di Dio di questa seconda domenica ci fa riflettere su due verità:
La seconda lettura ci insegna la preziosità del nostro corpo.
Prima di tutto San Paolo ci dice che il nostro corpo risorgerà come è risorto Gesù.
Perché risorgerà?
Perché il nostro corpo è membra del corpo di Cristo, formiamo con Lui un solo Spirito.
Secondariamente il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo.
San Paolo termina esortandoci a glorificare Dio nel nostro corpo.
Questo insegnamento vuol dire che dobbiamo amare il nostro corpo, trattarlo bene, curarlo, se necessario, e rispettarlo. Questo insegnamento vale anche per il corpo dei nostri fratelli, soprattutto se ha delle difficoltà ( es. malattie, handicap) oppure se è nelle fasi delicate della vita ( bambini e persone anziane).
Il nostro corpo è sacro dall’inizio alla fine della vita!
La prima lettura e il Vangelo ci espongono la seconda verità: la vita umana è una chiamata.
La prima lettura riporta la chiamata di Samuele. Nell’A.T. tutto il popolo di Israele si sentiva chiamato da Dio, inoltre Dio chiama alcune persone per missioni particolari.
L’evangelista Giovanni presenta l’incontro tra Gesù e Giovanni Battista e quello con i primi discepoli.
Il Battista chiama Gesù “Agnello di Dio”. Che significa questo titolo?
Gesù, agnello di Dio vuol dire che si carica dei nostri peccati e con il suo sacrificio sulla croce ottiene il perdono di Dio per tutta l’umanità. Gesù è il Messia!
I discepoli prima vanno con Gesù poi Andrea convince il fratello Simone a incontrarlo e Gesù gli cambia il nome in “Pietro”.
Gesù invita i discepoli a stare con lui.
E’ questa la chiamata cristiana: stare con Gesù.
Perché Gesù è il Messia, cioè colui che ci porta l’amore di Dio con il suo perdono.
La vocazione di sant’Antonio
Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio, vescovo.
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancora molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, come era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato, ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini di cui si parla negli Atti degli Apostoli, che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo, e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21).
Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia — possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni — perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella.
Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non affannatevi per il domani» (Mt 6,34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto.
Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri.
Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri.
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dona ai poveri,… poi vieni e seguimi!»(Mt 19,21). Questo invito di Gesù, ascoltato a poco più di vent’anni, fu per Antonio il segno della vocazione alla vita religiosa. Si ritirò come eremita nell’Alto Egitto.
Presto, pero sentì i pericoli che in tale solitudine incombono su chi non vi è preparato; per questo si fece iniziatore di una forma monastica nella quale la vita comune, la preghiera, la guida di un superiore e la carità fraterna sono mezzi di santificazione più sicuri che non certe pratiche austere della vita eremitica.
Il suo influsso religioso perdura ancora nel monachesimo orientale.
Oratorio di Sant’Antonio Abate (Genova)
Storia
Posto sulle mura della Marina, sul fronte a mare del colle di Sarzano, a fianco della ex chiesa di San Salvatore, l’oratorio di Sant’Antonio Abate risale al primo decennio del seicento; fu edificato come sede della omonima “casaccia” (confraternita), costituita nel XV secolo presso la scomparsa chiesa di San Domenico. Si arricchì, soprattutto nel Seicento, di un’importante quadreria oggi in gran parte dispersa.
Nel 1684 venne gravemente danneggiato dal bombardamento navale francese e fu restaurato a partire dal 1706.Nel 1777 ben venti “Compagnie” risultavano aggregate alla casaccia che faceva capo all’oratorio.
Soppresso come tutti gli oratori nel 1811, durante il periodo napoleonico, fu riaperto al culto il 22 settembre 1816; nel 1828 subì un profondo restauro, su progetto di Carlo Barabino, con la collaborazione dello scultore Ignazio Peschiera, finanziati da un certo Carlo Moresco, bottaio, che non avendo eredi volle destinare le sue sostanze all’oratorio. Al termine del restauro, il 17 aprile 1836, privilegio insolito per un oratorio, fu consacrato dall’arcivescovo Placido Maria Tadini.
Nell’ultimo dopo guerra, pur continuando ad ospitare la confraternita di Sant’Antonio abate, divenne sede della parrocchia del SS. Salvatore e S. Croce.
Struttura
L’esterno si presenta architettonicamente molto semplice, con il tetto a capanna e la facciata priva di ornamenti, tranne la statua seicentesca del santo titolare sopra al portale d’ingresso e quella della Madonna posta in una nicchia sul lato destro, al di sopra dell’iscrizione “Posuerunt me custodem”, proveniente dalla scomparsa porta della Lanterna, demolita nel 1877. Un finestrone semicircolare si trova nella parte superiore della facciata ed altri sei, tre per parte, sono aperti nelle pareti laterali. L’interno ha un’unica navata con volta a botte. Pur senza poter più vantare il corredo artistico di un tempo, in gran parte disperso con la chiusura del 1811, conserva ancora alcuni pezzi notevoli: una tavola con Sant’Antonio che ritrova le spoglie di S.Paolo Eremita opera di Luca Cambiaso, la cassa ptocessionale settecentesca con San Giacomo che sconfigge i Mori, commissionata a Pasquale Navone e da lui realizzata in collaborazione con i suoi allievi (al Navone è attribuita con certezza la figura di San Giacomo a cavallo), il Cristo Bianco (1710), ritenuta dall’Alizeri una delle migliori opere del Maragliano, che risultava anche registrato tra i confratelli della casaccia (… tra’ suoi belli bellissimo. Non vidi tra i molti da lui condotti per casacce ed oratorii … figura più commovente, più nobile di questa) e il Cristo Moro, (attualmente custodito in San Donato) crocifisso processionale di Domenico Bissoni (1639), assai popolare un tempo tra i Genovesi per la preziosità dei materiali di cui è composto (legni pregiati per la scultura del Cristo, rivestimento di tartaruga con decorazioni in oro e argento per la croce). Il Cristo Moro e la cassa del Navone non facevano parte del patrimonio storico di Sant’Antonio Abate, ma provengono dall’oratorio di San Giacomo delle Fucine, demolito nel 1872 per il tracciamento di via Roma. Con le innovazioni urbanistiche di fine ottocento varie confraternite, che avevano visto distrutti i loro oratori, vennero infatti accolte nell’oratorio di Sant’Antonio, portando anche parte del loro patrimonio artistico, compreso un ricco apparato processionale.
Sull’altare di destra sono collocate tre statue ottocentesche in marmo bianco, di Ignazio Peschiera (San Paolo, Santa Barbara e Immacolata Concezione). Sono presenti inoltre due dipinti ottocenteschi, opera di Giuseppe Passano, che raffigurano Sant’Antonio e San Paolo che spartiscono il pane miracoloso e la Sepoltura di Sant’Antonio. Allo stesso Passano si deve il ciclo di affreschi nella volta con episodi della vita del santo, e la decorazione delle pareti con raffigurazioni in chiaroscuro di celebri eremiti, inframmezzate da lesene.
L’altare maggiore, neoclassico, fu realizzato nel 1832 su disegno del Barabino, al quale si deve anche il disegno del pulpito in marmo collocato sulla parete sinistra, realizzato nel 1822 dallo scultore Sebastiano Mantero, figlio del più noto Bernardo.
