Santa Messa prefestiva Sabato 17 Gennaio 2026 alle ore 18 nella chiesa di San Matteo.
Sante Messe festive Domenica 18 Gennaio 2026 alle ore 10,30 nella chiesa di San Matteo e alle ore 11 nelle chiese di San Donato e di Santa Maria di Castello.
PREGHIERA
Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace.
PRIMA LETTURA
Al popolo che sta per ritornare dall’esilio il profeta prospetta il futuro come qualcosa di grande: dapprima avrà il compito di riorganizzarsi come popolo, poi sarà chiamato ad una missione universale: far vedere la salvezza che Dio opera per tutta l’umanità.
Dal libro del profeta Isaia
Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».
Salmo Responsoriale
Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.
SECONDA LETTURA
E’ il saluto che San Paolo rivolge alla comunità di Corinto: ricorda ciò che Gesù ha operato in loro: li ha resi santi, e invoca grazia e pace sulla comunità.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
VANGELO
Il Vangelo di Giovanni non ci racconta il battesimo ricevuto da Gesù, ma ci riporta la testimonianza di Giovanni Battista che Giovanni (evangelista) ha raccolto essendo suo discepolo.
Dapprima riporta la discussione che Giovanni ha con i sacerdoti e i leviti inviati da Gerusalemme. Poi, vedendo Gesù passare, proclama che la sua missione è realizzata:
chiama Gesù “agnello” perché rappresenta la sofferenza innocente e il sacrificio pasquale che opera la redenzione.
Giovanni proclama Gesù il santificatore e il figlio di Dio.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
OMELIA
Giovanni Battista chiama Gesù: “Agnello di Dio…”
Cerchiamo di comprendere questo termine:
Agnello di Dio:
Nell’antichità la pastorizia era vitale per la sopravvivenza. Dalle pecore si ricavavano vestiti, latte e carne, con tutti i loro derivati.
Anche per gli ebrei, popolo nomade, gli agnelli erano un bene prezioso e familiare, e la nascita di un agnello richiamava la bellezza, la purezza e la fragilità della vita. L’agnello era simbolo di innocenza e di pazienza. La nascita degli agnelli significava il rinnovarsi della vita. Per questo si prestava come animale sacrificale.
L’agnello era offerto in sacrificio al posto dell’uomo per congiungere l’uomo con Dio. L’uomo riconosce la sua dipendenza da Dio. Riconosce che Dio è l’origine della sua vita privandosi di qualcosa che simboleggia l’origine della vita: un agnello.
Il sacrificio dell’agnello nella Bibbia:
Abramo offre un agnello in sostituzione del figlio Isacco.
In Egitto il sangue dell’agnello salva le case degli israeliti.
Ogni anno un agnello viene mandato nel deserto per espiare i peccati del popolo
Ogni giorno nel tempio di Gerusalemme, al mattino e alla sera, vengono sacrificati due agnelli.
Giovanni chiama Gesù: agnello di Dio. Per gli israeliti aveva tutti questi significati:
inizio della vita
innocente e buono
ricongiunge l’umanità con Dio
offerto in sostituzione nostra
salva dalla morte
si addossa i nostri peccati
Gesù muore nell’ora stessa nella quale nel tempio viene compiuto il sacrificio della sera.
Gesù è la vittima sacrificale che racchiude tutti i sacrifici dell’umanità. D’ora in poi ogni persona ha la possibilità e la capacità di unire se stesso a Gesù che si offre ed essere certo che è gradito a Dio Padre.
RIFLESSIONE SU SANT’ANTONIO ABATE
La vocazione di sant’Antonio
Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio, vescovo.
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancora molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, come era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato, ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini di cui si parla negli Atti degli Apostoli, che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo, e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21).
Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia — possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni — perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella.
Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non affannatevi per il domani» (Mt 6,34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto.
Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri.
Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dona ai poveri,… poi vieni e seguimi!»(Mt 19,21). Questo invito di Gesù, ascoltato a poco più di vent’anni, fu per Antonio il segno della vocazione alla vita religiosa. Si ritirò come eremita nell’Alto Egitto. Presto, pero sentì i pericoli che in tale solitudine incombono su chi non vi è preparato; per questo si fece iniziatore di una forma monastica nella quale la vita comune, la preghiera, la guida di un superiore e la carità fraterna sono mezzi di santificazione più sicuri che non certe pratiche austere della vita eremitica. Collaborò con sant’Atanasio contro l’arianesimo. Il suo influsso religioso perdura ancora nel monachesimo orientale.
